Teatri di vita - stagione 2013
Scritto da Team di BL
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TEATRI DI VITA 73

TEATRI DI VITA

STAGIONE2013
TEATRO - MUSICA – CINEMA

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31 gennaio-1 febbraio
Pas de Deux
PRIMA NAZIONALE



Ideazione, regia e coreografia: Raimund Hoghe


Danzatori: Raimund Hoghe, Takashi Ueno


Collaborazione artistica: Luca Giacomo Schulte
fotografie © Rosa-Frank.com

Pas de Deux di Raimund Hoghe è un gioco delicato di differenze e affinità; si dischiude, sottile ed eterno, in un inquietante dialogo di gesti e movimenti tra Raimund Hoghe e il suo alter ego, Takashi Ueno.
Pas de Deux è il risultato dell’ incontro tra Raimund Hoghe e il danzatore giapponese Takashi Ueno. Rendendo omaggio al tradizionale ‘passo a due’ derivato dal balletto classico, Hoghe ne offre un’interpretazione minimalista ed esplora la natura della dualità in un gioco di gesti speculari e di movimenti profondamente radicati sia nella formazione professionale di entrambi i danzatori, sia nella propria storia personale e culturale.
Ambientato sulle musiche di Bach e Purcell, il duo – tutto al maschile – esplora un ampio spettro di somiglianze, differenze e “deviazioni”, che dischiudono lo spazio immaginario tra i due individui ‘compagni di viaggio’. Raimund Hoghe concepisce questo lavoro come un cammino comune che conduce le personalità di ciascun perfomer/danzatore al loro punto di partenza, esplorando le possibilità di attraversamento l’uno nella dimensione dell’altro.
Pas de Deux ha debuttato nel novembre 2011 al Théâtre de la Cité Internationale di Parigi, con il sostegno dei Hermès Fondation d’entreprise, come parte del 40° Festival d’Automne di Parigi.
“Hoghe è un maestro del collage musicale, dà forma a playlist di tragedia ed opportunità, sorpresa e ironia” (Marianne van Kerkhoven).

Raimund Hoghe è il più sorprendente danzatore tedesco, facendo della propria diversità fisica uno straordinario elemento di espressività scenica. Descritto dal New York Times come “il coreografo tedesco amante del romanticismo e della bellezza”, Hoghe è stato il drammaturgo di Pina Bausch al Tanztheater di Wuppertal dall’inizio degli anni ottanta alla fine degli anni novanta. Spaziando dalla ritualità del teatro giapponese alla performance americana, dall’espressionismo tedesco alle domande sociopolitiche, i testi di Hoghe esprimono le contraddizioni di un’epoca e le aspirazioni dell’uomo. Ha presentato i suoi lavori nei maggiori festival internazionali in Europa, America e Asia; ha vinto numerosi premi (tra cui “Miglior danzatore” nel 2008 dalla prestigiosa rivista europea “Ballet-Tanz”).



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7 febbraio – EVENTO CINEMA -
Claire

di Milford Thomas
con Toniet Gallego, Mish P. DeLight, James Ferguson, Pat Bell
Usa, 2001 - 60’

premio “Miglior opera prima” al San Francisco International Lesbian & Gay Film Festival

Un film che è al tempo stesso un incanto per gli occhi e lo spirito, una delicata favola d’amore, e uno dei più maturi frutti cinematografici per ciò che riguarda l’immagine gay e perfino, in termini originalissimi, il tema dell’omogenitorialità. Tutto in un piccolo film indipendente che è, oltretutto, un vero gioiello per gli amanti del cinema muto delle origini. Insomma, un miracolo che non mancherà di stupire e divertire gli spettatori con una storia d’amori – davvero – sconfinati.
La storia è ripresa da un’antica fiaba giapponese, che qui viene coniugata in modo davvero insolito: un’anziana coppia gay di contadini alleva una figlia apparsa magicamente in una pannocchia di granturco. Claire proviene dalla luna ma nondimeno conosce alla perfezione il francese e il latino e recita Shelley evocando l’immagine di ninfe acquatiche che danzano in piena atmosfera liberty… La fiaba antica trascolora nei suoi significati moderni, arrivando a investire i grandi temi di sempre: l’amore, la vita, il soprannaturale.
Ma ciò che rende quest’opera davvero unica e sorprendente è il fatto che il film sia stato girato interamente con una cinepresa antica a manovella, usando trucchi e tecniche d’epoca: insomma, un vero e proprio film delle origini, ma con una sensibilità attuale (questo film vanta l’onore di essere stato l’unico film non d’epoca a essere invitato al prestigioso San Francisco Silent Film Festival che si occupa solo di cinema muto delle origini). Ne vien fuori un gioco sottile e seducente sul contrasto tra modernità d’approccio e sguardo filmico arcaico, col risultato di un vero unicum di straordinaria poesia.
A impreziosire, e aggiungere quel tocco in più di unicità, la bellissima colonna sonora appositamente realizzata, e registrata da un’orchestra di 11 elementi durante la première del film, nella quale entrano ogni tanto un colpo di tosse, qualche risata, gli applausi: anziché infastidire, la ‘sporcatura’ della colonna sonora aggiunge calore e ulteriore tenerezza a un’opera di grande suggestione.

Milford Thomas è nato e cresciuto ai piedi dei monti Appalachi nel nord Alabama. Ha lavorato per 4 anni tra Atlanta (dove vive) e Tokyo come coordinatore di produzione per la tv giapponese. “Claire” è finora il suo unico film. Attualmente sta lavorando a un nuovo progetto dal titolo “Uncloudy day”.


12-13 febbraio
Foudres (Création 2012)
PRIMA NAZIONALE
di Dave St-Pierre
in collaborazione con Karina Champoux, Marie-Ève Carrière, Marie-Ève Quilicot,
Joannie Douville, , Sarah Lefebvre, Nadine Gerspacher,
Natacha Filiatrault, Susan Paulson, Aude Rioland, Francis La Haye,
Anne Thériault, Alanna Kraaijeveld, Éric Robidoux, Simon Fournier, Christian Garmatter, Frédéric Tavernini, Luc Bouchard-Boissonneault, Alexis Lefebvre, Marc-André Goulet, Milan Panet-Gigon, Michael Watts, Renaud Lacelle-Bourdon, Julien Lemire, Vincent Morelle, Philippe Boutin
coach rehearsal Marie-Ève Carrière

drammaturgia Geneviève Bélanger

compositori Stéphane Boucher, Tomas Furey

direttore amministrativo Suzanne Benoit

suono Benoit Bisaillon

direttore tecnico Jérémy Morelle

light designer Ludovic D. Schneider

testi Éric Robidoux, Alexis Lefebvre
coproduttori Access to Dance 2011- Munich, La Biennale de Lyon, Fast Terni, Julidans/Stadsschouwburg Amsterdam, Le Maillon-Théâtre de Strasbourg, Maison de la culture Frontenac, Szene Salzburg, Tanzhaus nrw, Tanzquartier Wien, Théâtre Lachapelle

Lacrime, carni, sudore e tante altre cose… Ecco la materia di cui è fatto il nuovo spettacolo di Dave St-Pierre, che vede in scena la sua compagnia al gran completo. Conosciuto a livello internazionale come il coreografo “ossessionato dal corpo”, l’artista canadese mette a segno anche questa volta, in Création 2012, un formidabile viaggio nelle relazioni – e nei corpi – con gusto per la provocazione, ma anche con una sensualità selvaggia capace di emozionare. Allestendo, alla fine, un grande affresco della società contemporanea, dei suoi tabù e dei suoi desideri. Forzando i suoi 25 danzatori all’estremo della loro presenza scenica.
La cosa peggiore di questo incontro inevitabile tra due esseri è di vivere la violenza di un colpo di fulmine e di cadere fatalmente e perdutamente innamorati… ed essere consumati dal desiderio fino al punto di voler morire.
Perché i nostri corpi carbonizzati dal fulmine continuano a proiettarsi violentemente verso il niente, verso il vuoto, verso la disperazione? Perché i nostri occhi fuori dalle orbite si svuotano del loro senso e si riempiono d’un povero amore effimero che ci ucciderà a fuoco lento?
Perché le nostre bocche si aprono beatamente per ricevere tutti questi fluidi, questi virus, questi microbi che ci rendono malati, perché la mia testa non capisce più niente quando questo essere passa di fronte a me, questo essere aggressivo e a volte tenero, questo essere che mi dà la voglia di vomitare le budella, di sopportare il peggiore dei mal, di gettarmi senza pensare neanche un momento alle conseguenze, questo essere che trasgredisce le mie voglie, i miei desideri? Le mie viscere non domandano che di appartenergli, il mio ventre vuole aprirsi per lasciargli il posto, io voglio offrirgli la densità di uno choc sordo.
Come fare a resistere a tali tremori? A sopravvivere a queste multiple denotazioni che il mio corpo mi fa subire? Perché il corpo che io abito mi dà la nausea, mi spinge a distruggermi senza che possa rendermene conto?
Sto male, sono emozionato, sono perduto, sono nella sua pelle, nel suo corpo, nel suo sesso, nel suo desiderio, nel suo pudore, nella sua vita. Non riesco a uscirne. (…)

Dave St-Pierre è l’enfant-terrible della danza internazionale, conosciuto come coreografo soprattutto per la sua produzione La Pornographie des Âmes (La pornografia delle Anime). Nominato Personalità dell’anno nel 2004-2005 da Radio-Canada, il canadese Dave St-Pierre ha lavorato a tre degli spettacoli del Cirque du Soleil (Love, Zumanity e Soleil de Minuit) e ha una forte esperienza come danzatore, in particolare con la compagnia Brouhaha Danse con cui è rimasto per più di sei anni. Ha danzato per molti coreografi del Quebec tra cui Harold Rhéaume, Daniel Léveillé, Jean-Pierre Perrault, Estelle Clareton, Pierre-Paul Savoie e Alain Francoeur in Canada, Stati Uniti e in Europa. Inoltre ha recitato come attore in diversi film.


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18-19 febbraio
Susn
di Herbert Achternbusch

regia Thomas Ostermeier

con Brigitte Hobmeier, Edmund Telgenkämper

drammaturgia Julia Lochte

scene e costumi Nina Wetzel

video Sebastien Dupouey

luci Björn Gerum

musica Nils Ostendorf

produzione Münchner Kammerspiele
presentato in collaborazione con il Goethe-Institut Mailand

Leone d’oro alla Biennale Teatro di Venezia, Thomas Ostermeier si è imposto sulle scene internazionali con lavori adrenalinici, che sprigionano un’energia fisica dirompente, accomunati da crudezza realistica, polemica e da una tipica fantasia visionaria e surrealistica. magnifico e inevitabile l’incontro con Achternbusch e con il suo struggente Susn, storia di una sconfitta: la vita di una donna alla ricerca della propria identità, monitorata con una lucidità quasi entomologica, è destinata a smorzarsi nel lento scorrere dei decenni.

Achternbusch racconta in quest’opera la vita di Susn, nella foresta bavarese: una donna costretta tra le sue aspirazioni e un mondo a cui si ribella. Nel primo atto la sentiamo raccontarsi a 17 anni: fa un primo bilancio della propria vita e difende appassionatamente la sua determinazione a staccarsi dalla Chiesa. Dieci anni dopo ritroviamo Susn nel suo appartamento da studentessa, quando piena di speranza si è mossa dalla campagna alla città. Sola. In una notte di tempesta. Mentre dal suo linguaggio emerge una fantasmagoria erotica. Passano altri 10 anni, e Susn vive ora insieme a uno scrittore, per il quale il proprio procedimento di scrittura è un soliloquio che ignora tutti coloro che lo circondano. Nell’ultimo ato, Susn è seduta in chiesa, con una bottiglia di liquore in mano: “Beh sì, a volte non voglio vedere nessuno e non voglio sentire una parola da Dio, ma che altri potrebbe mai ascoltarmi, se non lui?”.
Thomas Ostermeier vince il Leone d’Oro alla Biennale di Venezia nel 2011, in Cile il premio della critica come migliore produzione internazionale, in Germania il Friedrich-Luft-Prize come “miglior spettacolo a Berlino”, in Turchia nel 2012 il premio d’onore dal diciottesimo festival teatrale di Istanbul. Thomas Ostermeier dirige la Schaubuhne di Berlino da oltre dieci anni. E’ considerato l’enfant terrible del teatro tedesco per le sue scelte artistiche orientate ben oltre il repertorio nazionale. Nel 2009 il Ministero francese della Cultura lo elegge “Officier des Arts et des Lettres” per poi nominarlo l’anno successivo presidente del Deutsch-Französischer Kulturrat (DKFR), il Consiglio culturale Franco-tedesco.
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23-26 febbraio
Biglietti da camere separate

uno sguardo di Andrea Adriatico
su Pier Vittorio Tondell
con Maurizio Patella in Camera 1
Mariano Arenella in Camera 2
musiche originali di Massimo Zamboni cantate da Angela Baraldi

luci, scene e costumi di Andrea Cinelli

cura artistica di Saverio Peschechera

fotografia Raffaella Cavalieri

supporto tecnico creativo di Roberto Passuti e Gianluca Tomasella

produzione Teatri di Vita 2011
grazie per l'aiuto, lo scambio e il sostegno a Stefano Casi, Giulio Maria Corbelli,
Daniela Cotti, Monica Nicoli, Simona Patti e a Francesca Ballico

Andrea Adriatico ringrazia i Teatri dell'Imbarco di Firenze per averlo spinto a considerare questa avventura
all'amore, separato

Ho conosciuto Pier Vittorio Tondelli negli anni amari, in quel finire di secolo che ha sterminato le menti che ho amato di più nella mia prima giovinezza.
Sì, gli anni ’80 sono questo per me: anni amari.
L’Aids si è portato via i sogni della gente di quel tempo, e non li ha più restituiti. Anzi… ha regalato in cambio un sonno perenne, definitivo, ad un’intera generazione.
Gli anni amari di Pier Vittorio Tondelli sono finiti così, nel 1991, vent’anni fa, al debutto di un Natale, in un letto d’ospedale.
Non ha parlato mai della sua malattia pubblicamente. Non ha parlato mai del suo morire. Almeno in apparenza.
L’ha però trasposta in un racconto carico di umanità legato alla morte altrui, usata come specchio per l’anima.
Ha però parlato di omosessualità, di silenzio, di vita, di misteri delle emozioni, quasi suo malgrado. Ha percorso il suo tempo spaventato dall’essere considerato troppo giovanilista, troppo frocio per froci, troppo marchio per esordienti, troppo etichetta, secondo la moda che gli anni amari hanno trasmesso alla storia. In quegli anni non l’ho amato.
Oggi è forse uno dei pochi autori di cui credo di aver letto quasi ogni riga. A cui ho dedicato una delle due sale del teatro che dirigo. Convinto come sono che non sia, come ingiustamente molti pensano, solo un autore del suo tempo, miseramente relegato nel turbine di weekend postmoderni.
Per questo provo a restituire Camere separate in brevi biglietti, vent’anni dopo, sentendone proprio ora tutta la straordinaria potenza e attualità.
Andrea Adriatico

Un romanzo intimo che racchiude il Tondelli segreto di fronte ai misteri dell’amore e della morte. E’ Camere separate, storia bruciante e autobiografica, pubblicata due anni prima della scomparsa del suo autore, avvenuta nel 1991. A Tondelli, enfant terrible della letteratura italiana degli anni ’80, Adriatico rende omaggio con uno spettacolo che nasce da quel suo romanzo. Due uomini in scena raccontano la storia di Leo, scrittore omosessuale che deve fare i conti con un lutto importante nella sua esistenza. Sarà l’occasione per inseguire le tracce di sé disseminate nel tempo di una vita, dall’adolescenza inquieta in un paese della provincia padana ai viaggi per l’Europa mentre la geografia politica ed emozionale di un intero continente cambia pelle. Ma le “camere separate” sono anche la richiesta di un modello d’amore, capace di esprimersi solo per prossimità e mai per convivenze troppo opprimenti.

Lo spettacolo farà tappa al Teatro Litta di Milano dal 28 Febbraio al 10 marzo
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16 - 17 marzo “Francamente me ne infischio”
1.Twins 
2.Atlanta 
3.Black
 4.Match
 5.Tara


5 movimenti liberamente ispirati a Via col Vento di Margaret Mitchell drammaturgia Linda Dalisi, Federico Bellini, Antonio Latella
regia Antonio Latella
con Caterina Carpio, Candida Nieri, Valentina Vacca
scene e costumi Marco Di Napoli, Graziella Pepe

musiche Franco Visioli
luci Simone De Angelis

movimenti Francesco Manetti

realizzazione costumi Cinzia Virguti

assistente alla regia Francesca Giolivo
organizzazione e produzione Brunella Giolivo

distribuzione e comunicazione Michele Mele
produzione Stabile/Mobile Compagnia Antonio Latella, La Corte Ospitale 
in collaborazione con Emilia Romagna Teatro/VIE Scena Contemporanea Festival
un ringraziamento speciale a Trippen (A. Spieth e M. Oehler, Berlin), Teatro Elfo Puccini (Milano), Teatro Comunale di Laurino (Sa), Laura Marinoni, Patrizia Bologna, Agnese Tancredi

TWINS
Che cos’è il sogno americano? Un’utopia realizzata o soltanto un’industria che produce un continuo intrattenimento? Attraverso il mito di Rossella O’Hara entriamo nei grandi archetipi del Novecento americano, sogni, illusioni che dagli Stati Uniti arrivano fino a noi. Twins diventa così una sorta di prologo dell’intero lavoro, un punto di vista sull’America che ha esso stesso le caratteristiche del sogno. Schegge, frammenti di memoria, suggestioni affiorano dalla mente di Rossella; dal primo incontro con i gemelli Tarleton, lo spettacolo si muove in quell’immaginario pop di cui i nostri stessi sogni si nutrono, il grande sogno americano che ha bisogno, per la sua conservazione, anche della realtà della guerra.

Federico Bellini

PRIMO CAPITOLO DELLA SAGA FRANCAMENTE ME NE INFISCHIO

Atlanta

Rossella si guarda allo specchio e ci trova dentro Atlanta: città gemella che, come lei, spacca la corteccia del tempo in cui è nata e si proietta in un nuovo tempo; entrambe elaborano i tanti lutti ignorando le verità del sentimento e affidandosi alle sole forze del denaro, del progresso e della crescita. Si disegna un gioco speculare di identificazione tra Atlanta e Rossella, fino a una riflessione sulla perdita, sullo squarcio tra verità e desiderio, e su come il sogno di ricchezza e successo possa rendere soli. Qui lo sguardo su Rossella si tinge di nero, come un abito chiaro immerso in un catino di inchiostro e destinato a un lutto. “Non basta essere se stessi, in America” – dice Rossella – non basta la festa con tutte le sue decorazioni e le sue musiche, la cosa importante è dominare, essere la regina della pista, avere tutto e tutti, e dare l’illusione a ogni spasimante che crolla, che è bello così, che è giusto così, che è onorevole così. Così l’indispensabilità di ciò che è superiore bisbiglia ai nostri orecchi, e ci seduce, proprio come fa Rossella, fulminandoci imbronciata sotto al suo cappellino alla moda.
Linda Dalisi

SECONDO CAPITOLO DELLA SAGA FRANCAMENTE ME NE INFISCHIO

BLACK

Black è un concerto a tre voci, dove si fronteggiano gli archetipi di culture da sempre in contrasto. Rossella incarna un’America violenta, brutale, che usa lo sfruttamento e l’oppressione come armi indispensabili per la propria avanzata; un Paese che sceglie di non avere più memoria, di cancellare la Storia relegandola a fastidioso rumore di fondo. Assistiamo così ad uno scontro ideale tra la nuova razza padrona e i suoi fantasmi, nel nome della sottomissione; la voce dei nativi indiani e quella dei neri, di cui Mammy qui si fa ambasciatrice, divengono l’eco di una rivendicazione di dignità umana che ancora oggi, per pigrizia o convenienza, fingiamo di non sentire. Tre strati di pelle nera rivestono il nucleo vitale di Rossella: black come il buco nero del suo inventarsi uomo per inseguire il sogno di ricchezza alla pari con gli altri uomini; black come le sue radici di sangue misto, non puro come quello dei nativi; black il suo alter ego Mammy. Tre voci, tre sfumature nere, tre forme di buio in cui sparire per la rinascita. Al centro Rossella armata, con i calli alle mani e gli occhi infuocati di chi per rompere uno schema finisce per rompersi. Ma la sua corsa non ha mai fine.

Federico Bellini e Linda Dalisi

TERZO CAPITOLO DELLA SAGA FRANCAMENTE ME NE INFISCHIO

MATCH

Tre gentiluomini si incontrano in un uno spazio senza tempo. Sono Frank, il secondo marito di Rossella, Ashley, la sua perenne ossessione, e Rhett, lo scaltro seduttore con cui si è sposata per la terza volta. Ognuno di loro ha cercato di prendere parte alla vita di lei, secondo le proprie capacità e possibilità; ritrovandosi per ricordarla, ingaggiano uno scontro dove la pretesa di averla amata e capita più di ogni altro soccombe all’evidenza della propria, personale, inadeguatezza. L’assenza di Rossella diviene, così, la metafora di una perdita, la scomparsa di un vecchio mondo dai codici accettati e condivisi di cui ora, per sopravvivere, è necessario superare il lutto, anche a costo di rinunciare a se stessi.

Federico Bellini

QUARTO CAPITOLO DELLA SAGA FRANCAMENTE ME NE INFISCHIO

TARA

“Tara è la sola cosa che conta, la sola per cui valga la pena lottare”, dice Geraldo O’Hara, e non sa che la terra di cui parla, la piantagione, la casa, sono molto molto di più. Tara è il ritorno alle origini, è qualcosa che più ti ci avvicini e più si allontana nel tempo, andando a ritroso. Tara è la Rossella che si identifica nei suoi tre figli da lei stessa bistrattati e li guarda con la feroce pietà che solo un vecchio stanco di secoli può avere. Ognuno di quei figli è una Rossella che gioca in giardino, un frammento di lei, un frammento della sua corsa, del suo domani sempre invocato e mai raggiunto, del suo legame materno spezzato, del suo inventarsi uomo per lottare tra gli uomini. Di tutto questo ha il sapore Tara, inondata dal sole di una canicola di agosto, piena di cicale e nostalgia. La grande casa al centro di Tara è essa stessa questa Rossella invecchiata, ma sempre intatta nel suo abito verde, malata di giovinezza e di rincorse. Da qui l’ultima Rossella guarda, il sole le fa strizzare gli occhi, la mano che regge la tazza di tè non trema, il pensiero sì, mentre raggiunge la realtà. Linda Dalisi

QUINTO CAPITOLO DELLA SAGA FRANCAMENTE ME NE INFISCHIO

LA SAGA TEATRALE PUO’ ESSERE VISTA IN TRE DIVERSE MODALITA’:

- si può vedere solo uno dei 5 spettacoli (acquisto del biglietto singolo on line: vai alla pagina di presentazione di ciascuno spettacolo: Twins, Atlanta, Black, Match, Tara)

- si può assistere alla visione dei primi 3 spettacoli (Twins, Atlanta, Black), la sera di sabato 16 marzo, a partire dalle ore 19 (acquisto del biglietto cumulativo dei tre spettacoli: in fondo alla pagina generale nel menu a tendina, selezionando la data)

- si può assistere all’intera maratona dei 5 spettacoli con pausa buffet, il pomeriggio e la sera di domenica 17 marzo, a partire dalle ore 15.30 (acquisto del biglietto cumulativo dei tre spettacoli: in fondo alla pagina generale nel menu a tendina, selezionando la data)
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4-5 aprile 2013
Pret-à-baiser PRIMA NAZIONALE



una performance di Olivier Dubois
dalla "Sagra della primavera" di Igor Stravinski
arrangiamento musicale di François Caffenne
produzione COD coproduzione Le CENTQUATRE / Paris

E’ stato inserito dalla rivista Dance Europe tra i 25 migliori danzatori del mondo, ma qui il superpremiato Olivier Dubois presenta un sorprendente duo che ha il suo fulcro nel bacio: sensuale e oltraggioso. Tra due uomini.
Una performance tanto “semplice”, quanto intensa, sconvolgente, fisicamente impegnativa. Cos’è un bacio? Nello spettacolo di Dubois il bacio è un’esaltazione fisica e mentale al tempo stesso, che trascende il semplice bacio per diventare altro – desiderio, comunione, passione, lotta, sforzo atletico -, per abbracciare con quel bacio tutti gli spettatori, che osservano ammutoliti, increduli, imbarazzati o emozionati.
Un’incredibile performance fisica, un gesto artistico, un’azione politica, uno sberleffo ludico, una sensuale provocazione… e poi cos’altro ancora? Come si sente lo spettatore, dopo? E i due danzatori, che hanno percorso un intero spettacolo in bilico sulle loro labbra, come si sentiranno, dopo?


Olivier Dubois, premio speciale del pubblico dal Syndicat professionnel de la critique nel 2007 per il suo percorso di interprete e per la produzione Pour tout l’or du monde, è stato inserito dal magazine Dance Europe nella lista dei 25 migliori danzatori del mondo.
Ha collaborato a livello internazionale in numerosi teatri e festival, tra cui il Festival di Avignone, l’Opera National del Cairo, il Centro Nazionale di Danza di Parigi, la Biennale della danza di Lione. Ha inoltre danzato per molti coreografi e produzioni di fama mondiale fra cui Jan Fabre, Sasha Waltz, Angelin Preljocaj, Christophe Honoré, Nasser Martin-Gousset, Cirque du Soleil – Dragone, Marie Pessemier, Charles Cré-Ange, Dominique Boivin, Karine Saporta, Elio Gervasi, l’Opéra National de Vienne, Andy Degroat, Laura Simi, Damiano Foa.

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20-21 aprile 2013
Sideways Rain
Quattordici danzatori che attraversano il palcoscenico incessantemente, in crescendo: una danza minimale e al tempo stesso di straordinaria potenza e incredibile fascinazione. Con una energia che esplode a tratti fino a una conclusione mozzafiato. E’ davvero uno spettacolo indimenticabile quello che ci offre Guilherme Botelho, il coreografo di origine brasiliana, che a Ginevra ha dato vita alla compagnia Alias.
Lo avevamo conosciuto nel 1997, quando arrivò per la prima volta in Italia, invitato da Teatri di Vita, per mostrare la sua danza al tempo stesso energica e visionaria, che esaltò il pubblico di fronte agli eccellenti performer che danzavano sotto una pioggia battente (Moving a perhaps). Oggi Botelho e il suo Alias ritorna con uno spettacolo altrettanto potente, che mostra la sua raggiunta maturità, ma al tempo stesso la sua irrinunciabile voglia di sorprendersi e sorprenderci.


Originario di San Paolo, Guilherme Botelho si unisce al Grand Théatre di Ginevra fin da giovane per il quale danza per 10 anni prima di fondare la sua attuale compagnia ginevrina Alias. I suoi lavori, più di cinquecento spettacoli presentati in diversi paesi del mondo, contengono le sue radici brasiliane ed il suo percorso di crescita svizzero-europeo. Le sue scene sono spesso imponenti ed il suo metodo di lavoro è fortemente orientato all’uso dell’improvvisazione che utilizza per consentire all’interprete di sviluppare la propria personalità ed esplorare il movimento.

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29 maggio - 2 giugno 2013
4-9 giugno 2013
Quai Ouest PRIMA NAZIONALE


di Bernard-Marie Koltès
uno spettacolo di Andrea Adriatico
cast in via di definizione
una produzione Teatri di Vita 2013
in collaborazione con ERT

Un uomo vorrebbe morire. Buttarsi nel fiume in un posto deserto, nei pressi di un grande hangar, dopo aver messo due grosse pietre nelle tasche della giacca, per non rimanere a galla. E con l’acqua sporca e delle conchiglie che gli riempiono la bocca, sparisce in fondo al fiume come la ruota sgonfia di un camion. Ma qualcuno si butta dietro di lui e lo ripesca. Fradicio, tremante, arrabbiato, chiede: “Cosa vuole da me?”. La sua macchina è sempre lì, ma il motore è fuori uso e le ruote sono state bucate. “Cosa vuole da me esattamente?”.

Quai Ouest è una delle opere più affascinanti e misteriose, di seducente raffinatezza linguistica, di Bernard-Marie Koltès, scritta al rientro da un viaggio in America, dove lo scrittore francese rimane colpito dalla visione di un grande hangar in un porto. E’ un testo che parla dell’emergenza che viviamo, dei conflitti e delle migrazioni, temi cari a Koltès, che Andrea Adriatico ha messo in luce nei tanti attraversamenti che ha compiuto nella sua opera. Dopo gli omaggi a Koltès negli anni ’90 (l’ultima notte, fuga, là dove ci si vede da lontano, tra il 1991 e il 1994) e dopo Il ritorno al deserto (prima rappresentazione assoluta in Italia, 2007), Adriatico ritorna ancora una volta a confrontarsi con il “suo” autore più frequentato, mettendo in scena per la prima volta in Italia Quai ouest. Lo spettacolo rappresenta il principale sforzo produttivo di Teatri di Vita nel 2013, ed è realizzato in collaborazione con ERT.


 
 

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